Giacomo Leopardi

Giacomo Leopardi è stato un poeta, filosofo, scrittore, filologo e glottologo italiano.

È ritenuto il maggior poeta dell’Ottocento italiano e una delle più importanti figure della letteratura mondiale, nonché una delle principali del romanticismo letterario; la profondità della sua riflessione sull’esistenza e sulla condizione umana – di ispirazione sensista e materialista – ne fa anche un filosofo di notevole spessore. La straordinaria qualità lirica della sua poesia lo ha reso un protagonista centrale nel panorama letterario e culturale europeo e internazionale, con ricadute che vanno molto oltre la sua epoca.

Leopardi, intellettuale dalla vastissima cultura, inizialmente sostenitore del classicismo, ispirato alle opere dell’antichità greco-romana (le letture e le traduzioni di Mosco, Lucrezio, Epitteto), approdò al Romanticismo dopo la scoperta dei poeti romantici europei (Byron, Shelley, Chateubriand), divenendone un esponente principale, pur non volendo mai definirsi romantico. Le sue posizioni materialiste – derivate principalmente dall’Illuminismo – si formarono invece sulla lettura di filosofi come il barone d’Holbach, Pietro Verri e Condillac, a cui egli unisce però il proprio pessimismo:

” Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell’esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors’altri; a me la vita è male ”

(Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, vv.100-104)

Il dibattito sull’opera leopardiana a partire dal Novecento, specialmente in relazione al pensiero esistenzialista fra gli anni trenta e cinquanta, ha portato gli esegeti ad approfondire l’analisi filosofica dei contenuti e significati dei suoi testi. Per quanto resi specialmente nelle opere in prosa, essi trovano precise corrispondenze a livello lirico in una linea unitaria di atteggiamento esistenziale. Riflessione filosofica ed empito poetico fanno sì che Leopardi, al pari di Schopenhauer e più tardi di Kafka, possa essere visto come un esistenzialista o almeno un precursore dell’Esistenzialismo.

L’infanzia:

Giacomo Leopardi nacque nel 1798 a Recanati, nello Stato pontificio (oggi in provincia di Macerata, nelle Marche), da una delle più nobili famiglie del paese, primo di dieci figli. Quelli che arrivarono all’età adulta furono, oltre a Giacomo, Carlo (1799-1878), Paolina, Luigi (1804-1828) e Pierfrancesco (1813-1851). I genitori erano cugini fra di loro. Il padre, il conte Monaldo, figlio del conte Giacomo e della marchesa Virginia Mosca di Pesaro, era uomo amante degli studi e d’idee reazionarie; la madre, la marchesa Adelaide Antici, era una donna energica, molto religiosa fino alla superstizione, legata alle convenzioni sociali e ad un concetto profondo di dignità della famiglia, motivo di sofferenza per il giovane Giacomo, che non ricevette tutto l’affetto di cui aveva bisogno.[3]

In conseguenza di alcune speculazioni azzardate fatte dal marito[4][5], la marchesa prese in mano un patrimonio familiare dissestato, riuscendo a rimetterlo in sesto grazie ad una rigida economia domestica.[6] I sacrifici economici e i pregiudizi nobiliari dei genitori resero infelice il giovane Giacomo che, costretto a vivere in un piccolo borgo di provincia, rimase escluso dalle correnti di pensiero che circolavano nel resto del paese e in Europa.

Fino al termine dell’infanzia Giacomo crebbe comunque allegro, giocando volentieri con i suoi fratelli, soprattutto con Carlo e Paolina che erano più vicini a lui d’età e che amava intrattenere con racconti ricchi di fervida fantasia.

La formazione giovanile:

Ricevette la prima educazione come da tradizione familiare, da due precettori ecclesiastici, il gesuita don Giuseppe Torres fino al 1808 e l’abate don Sebastiano Sanchini fino al 1812, che influirono sulla sua prima formazione con metodi improntati alla scuola gesuitica. Tali metodi erano incentrati non solo sullo studio del latino, della teologia e della filosofia, ma anche su una formazione scientifica di buon livello contenutistico e metodologico. Nel Museo leopardiano a Recanati è conservato infatti il frontespizio di un trattatello sulla chimica, composto insieme al fratello Carlo.[8] I momenti significativi delle sue attività di studio, che si svolgono all’interno del nucleo familiare, sono da rintracciare nei saggi finali, nei componimenti letterari da donare al padre in occasione delle feste natalizie, la stesura di quaderni molto ordinati e accurati e qualche composizione di carattere religioso da recitare in occasione della riunione della Congregazione dei nobili.

Il ruolo avuto dai precettori non impedì comunque al giovane Leopardi di intraprendere un suo personale percorso di studi avvalendosi della biblioteca paterna molto fornita (oltre ventimila volumi) e di altre biblioteche recanatesi, come quella degli Antici, dei Roberti e probabilmente da quella di Giuseppe Antonio Vogel, esule in Italia in seguito alla Rivoluzione francese e giunto a Recanati tra il 1806 e il 1809 come membro onorario della cattedrale della cittadina. Nel 1809 il giovane Giacomo compone il sonetto intitolato La morte di Ettore che, come lui stesso scrive nell’Indice delle produzioni di me Giacomo Leopardi dall’anno 1809 in poi, è da considerarsi la sua prima composizione poetica. Da questi anni ha inizio la produzione di tutti quegli scritti chiamati “puerili”.

La produzione dei “puerili”:

Il corpus delle opere così dette “puerili”[11] dimostrano che il giovane Leopardi sapeva scrivere in latino fin dall’età di nove-dieci anni e sapeva padroneggiare i metodi di versificazione italiana in voga nel settecento, come la metrica barbara di Fantoni, oltre ad avere una passione per le burle in versi dirette al precettore ed ai fratelli.

Nel 1810 iniziò lo studio della filosofia, e due anni dopo, come sintesi della sua formazione giovanile, scrisse le Dissertazioni filosofiche, che riguardano argomenti di logica, filosofia, morale, fisica teorica e sperimentale (astronomia, gravitazione, idrodinamica, teoria dell’elettricità, eccetera).

Tra queste è nota la Dissertazione sopra l’anima delle bestie. Nel 1812, con la presentazione pubblica del suo saggio di studi che discusse davanti a esaminatori di vari ordini religiosi e al vescovo, si può far concludere il periodo della sua prima formazione che è soprattutto di tipo sei-settecentesco ed evidenzia l’amore per l’erudizione e uno spiccato gusto arcadico.

La formazione personale:

Cessata la formazione nel 1812 dell’abate Sanchini, il quale ritenne inutile continuare la formazione del giovane che ne sapeva ormai più di lui, Leopardi si immerse totalmente in uno “studio matto e disperatissimo”, della durata di sette anni, che assorbì tutte le sue energie e che recò gravi danni alla sua salute. Apprese perfettamente il latino (sebbene si considerò sempre “poco inclinato a tradurre” da questa lingua in italiano) e, senza l’aiuto di maestri, il greco e l’ebraico e, seppure in modo più sommario, altre lingue (francese, sanscrito, inglese, spagnolo) e compose poi opere di grande impegno ed erudizione. Risalgono a questi anni la Storia dell’astronomia del 1813, il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi del 1815, diversi discorsi su scrittori classici, alcune traduzioni poetiche, dei versi e le tre tragedie, mai rappresentate durante la sua vita, La virtù indiana, Pompeo in Egitto e Maria Antonietta (rimasta incompiuta).

Iniziò anche le prime pubblicazioni e lavorò alle traduzioni dal latino e dal greco dimostrando sempre di più il suo interesse per l’attività filologica. Sono questi anche gli anni dedicati alle traduzioni dal latino e dal greco corredate di discorsi introduttivi e di note, tra i quali gli Scherzi epigrammatici tradotti dal greco del 1814 e pubblicati in occasione delle nozze Santacroce-Torre dalla Tipografia Frattini di Recanati nel 1816, la Batracomiomachia nel 1815 e pubblicata su «Lo Spettatore italiano» il 30 novembre 1816, gli idilli di Mosco, il Saggio di traduzioni dell’Odissea, la Traduzione del libro secondo dell’Eneide e la Titanomachia di Esiodo, pubblicata su «Lo Spettatore italiano» il 1º giugno 1817.

La conversione letteraria: dall’erudizione al bello:

Tra il 1815 e il 1816 si avverte in Leopardi un forte cambiamento frutto di una profonda crisi spirituale che lo porterà ad abbandonare l’erudizione per dedicarsi alla poesia. Egli si rivolge pertanto ai classici, non più come ad arido materiale adatto a considerazioni filologiche ma come a modelli di poesia da studiare. Seguiranno le letture di autori moderni come Alfieri, Parini, Foscolo e Vincenzo Monti, che servirono a maturare la sua sensibilità romantica.

Ben presto egli legge I dolori del giovane Werther di Goethe, le opere di Chateaubriand, di Byron, di Madame de Staël. In questo modo il Leopardi inizia a liberarsi dall’educazione paterna accademica e sterile, a rendersi conto della ristrettezza della cultura recanatese e a porre le basi per liberarsi dai condizionamenti familiari. Appartengono a questo periodo alcune poesie significative come Le Rimembranze, L’Appressamento della morte e l’Inno a Nettuno, nonché la celebre e non pubblicata Lettera ai compilatori della Biblioteca Italiana, indirizzata nel luglio 1816 ai redattori della rivista milanese in risposta alla lettera Sulla maniera e utilità delle traduzioni di Madame de Staël, apparsa sul primo numero, nel gennaio dello stesso anno.

Le malattie:

Nel 1815-1816 Leopardi fu colpito da alcuni seri problemi fisici, che egli attribuì almeno in parte (una presunta scoliosi) all’eccessivo studio e all’immobilità in posizioni scomode delle lunghe giornate passate nella biblioteca di Monaldo. In realtà pare che fosse affetto dal morbo di Pott (tubercolosi ossea della colonna vertebrale) che gli causò la deviazione della spina dorsale con dolori e conseguenti problemi cardiaci e respiratori, una crescita stentata (pare fosse alto 1 metro e 41 circa), problemi neurologici alle gambe e alla vista ma anche parestesie e mancanza di sensibilità nervosa, oltre a febbri ricorrenti e stanchezza continua; nel 1816 Leopardi era convinto di essere sul punto di morire.

C’è chi sostiene che Leopardi non avesse il morbo di Pott, ma una malattia genetica dovuta alla consanguineità dei genitori; qualcuno ha proposto che avesse anche la celiachia, ovvero l’allora sconosciuta intolleranza al glutine.

Sempre in questo periodo comincia a soffrire di crisi depressive, che taluni attribuiscono all’impatto psicologico della malattia fisica, mentre altri sostengono che Leopardi avesse il disturbo bipolare, il che spiega i frequenti cambi di umore nel corso della vita, dall’euforia più totale alla disperazione inconsolabile, che, pur nella lucida e continua consapevolezza dell'”esistenza come dolore”, è possibile ritrovare anche nella sua poesia. Tutto questo rese certo più acuto il suo disagio sociale, anche a causa della sua innata timidezza, facendolo sentire in condizione di iniziale inferiorità nei confronti del mondo, e spingendolo a indagare profondamente il dolore e la condizione umana.

La conversione filosofica: dal bello al vero

Dopo il primo passo verso il distacco dall’ambiente giovanile e con la maturazione di una nuova ideologia e sensibilità che lo portò a scoprire il bello in senso non arcaico ma neoclassico, si annuncia nel 1819 quel passaggio dalla poesia di immaginazione degli antichi alla poesia sentimentale, che il poeta definì l’unica ricca di riflessioni e convincimenti filosofici.
La teoria del piacere

La “teoria del piacere” è una concezione filosofica postulata da Leopardi nel corso della sua vita. La maggiore parte della teorizzazione di tale concezione è contenuta nello Zibaldone, in cui il poeta cerca di esporre in modo organico la sua visione delle passioni umane. Il lavoro di sviluppo del pensiero leopardiano in questi termini avviene dal 12 al 25 luglio 1820.

La “teoria del piacere” sostiene che l’uomo nella sua vita tende sempre a ricercare un piacere infinito, come soddisfazione di un desiderio illimitato. Esso viene cercato soprattutto grazie alla facoltà immaginativa dell’uomo, che può concepire le cose che non sono reali. Poiché grazie alla facoltà immaginativa l’uomo può figurarsi piaceri inesistenti, e figurarseli come infiniti in numero, durata ed estensione, non bisogna stupirsi che la speranza sia il bene maggiore e che la felicità umana corrisponda all’immaginazione stessa. La natura fornisce tale facoltà all’uomo come strumento per giungere non alla verità, ma ad un’illusoria felicità.

Anche l’occupazione (che può essere considerata la soddisfazione continua degli svariati bisogni che la natura ha fornito agli uomini) è una condizione che porta felicità nella vita dell’uomo. Ad essa si oppone il tedio, la noia, che è il male più grande che possa affliggere l’umanità (vedi la canzone Ad Angelo Mai ed altri testi). La felicità, dunque, è più facilmente trovata dai fanciulli che riescono sempre ad immaginare e perdersi dietro ogni “bagattella”, ovvero riescono a distrarsi con ogni sciocchezza.

Secondo Leopardi, l’umanità poteva essere più vicina alla felicità nel mondo antico, quando la conoscenza scarsa lasciava libero corso all’immaginazione; nel mondo moderno, invece, la conquista del vero ha portato l’immaginazione ad indebolirsi, fino a sparire del tutto negli adulti.
I mutamenti profondi del 1817

Il 1817 fu per il Leopardi, che giunto alle soglie dei diciannove anni aveva avvertito in tutta la sua intensità il peso dei suoi mali e della condizione infelice che ne derivava, un anno decisivo che determinò nel suo animo profondi mutamenti. Consapevole ormai del suo desiderio di gloria e insofferente dell’angusto confine in cui fino a quel momento era stato costretto a vivere, sentì l’urgente desiderio di uscire, in qualche modo, dall’ambiente recanatese. Gli avvenimenti seguenti incideranno sulla sua vita e sulla sua attività intellettuale in modo determinante.

La corrispondenza con Pietro Giordani

Sempre nel 1817 egli scrisse al classicista Pietro Giordani che aveva letto la traduzione leopardiana del II libro dell’Eneide e, avendo compreso la grandezza del giovane, lo aveva incoraggiato. Ebbero inizio così una fitta corrispondenza e un rapporto di amicizia che durerà nel tempo. In una delle prime lettere scritte al nuovo amico, datata 30 aprile 1817, il giovane Leopardi sfogherà il suo malessere, non con atteggiamento remissivo ma polemico e aggressivo:

« Mi ritengono un ragazzo, e i più ci aggiungono i titoli di saccentuzzo, di filosofo, di eremita, e che so io. Di maniera che s’io m’arrischio di confortare chicchessia a comprare un libro, o mi risponde con una risata, o mi si mette in sul serio e mi dice che non è più quel tempo […] Unico divertimento in Recanati è lo studio: unico divertimento è quello che mi ammazza: tutto il resto è noia »

Egli vuole uscire da quel “centro dell’inciviltà e dell’ignoranza europea” perché sa che al di fuori c’è quella vita alla quale egli si è preparato ad inserirsi con impegno e con studio profondo.

Nell’estate 1817 fissa le prime osservazioni all’interno di un diario di pensiero che prenderà poi il nome di Zibaldone, in dicembre si innamorerà per la prima volta della cugina. Pietro Giordani riconosce l’abilità di scrittura di Leopardi e lo incita a dedicarsi alla scrittura, inoltre lo presenta all’ambiente del periodico «Biblioteca Italiana» e lo fa partecipare al dibattito culturale tra classici e romantici. Leopardi difende la cultura classica e ringrazia Dio di aver incontrato Giordani che reputa l’unica persona che riesce a comprenderlo.

Il primo amore
« Oimè, se quest’è amor, com’ei travaglia! »
(Il primo amore, v.3)

Nel luglio del 1817 il Leopardi iniziò a compilare lo Zibaldone, nel quale registrerà fino al 1832 le sue riflessioni, le note filologiche e gli spunti di opere.

Lesse la vita di Alfieri e compilò il sonetto “Letta la vita scritta da esso” che toccava i temi della gloria e della fama.

Alla fine del 1817 un altro avvenimento lo colpì profondamente: l’incontro, nel dicembre dello stesso anno, con Geltrude Cassi Lazzari, una cugina di Monaldo, che fu ospite presso la famiglia per alcuni giorni e per la quale provò un amore inespresso. Scrisse in questa occasione il “Diario del primo amore” e l'”Elegia I” che verrà in seguito inclusa nei “Canti” con il titolo “Il primo amore”.

Una presa di posizione anti-romantica

Fra il 1816 e il 1818 la posizione di Leopardi verso il Romanticismo, che stava suscitando in quegli anni forti polemiche e aveva ispirato la pubblicazione del Conciliatore, va maturando e se ne possono avvertire le tracce in numerosi passi dello Zibaldone e in due saggi, la Lettera ai Sigg. compilatori della “Biblioteca italiana” scritta nel 1816 in risposta a quella di Madama la baronessa di Staël e il Discorso di un italiano attorno alla poesia romantica, scritto in risposta alle Osservazioni di Di Breme sul Giaurro di Byron.

Le due opere mostrano l’avversione, sul piano più strettamente concettuale, al Romanticismo. La posizione di Leopardi rimane fondamentalmente montiana e neoclassica. Tuttavia, come si vedrà, quello che professava sulla pagina critica si rivelerà poi profondamente diverso dai risultati ottenuti nella poesia, dove i temi e lo spirito saranno invece perfettamente in sintonia con la mentalità romantica.

Aveva intanto scritto le due canzoni ispirate a motivi patriottici All’Italia e Sopra il monumento di Dante che stanno ad attestare il suo spirito liberale e la sua adesione a quel tipo di letteratura di impegno civile che aveva appreso dal Giordani.

Il suo materialismo ateo si pone in contrapposizione al Romanticismo cattolico predominante, dal quale lo separavano notevolmente anche il suo rifiuto di ogni speranza di progresso nella conquista della libertà politica e dell’unità nazionale, la sua mancanza di interesse per una visione storicistica del passato e per le esigenze di popolarità e di realismo nei contenuti e nella lingua.

La prima fase dell’ideologia leopardiana

Nel 1819 si riacutizzarono i problemi agli occhi.

Tra il luglio e l’agosto progettò la fuga e cercò di procurarsi un passaporto per il Lombardo-Veneto, da un amico di famiglia, il conte Saverio Broglio d’Ajano, ma il padre lo venne a sapere e il progetto di fuga fallì.

Fu appunto nei mesi di depressione che seguirono che il Leopardi elaborò le prime basi della sua filosofia e riflettendo sulla vanità delle speranze e l’ineluttabilità del dolore, scoprì la nullità delle cose e del dolore stesso. Iniziò intanto la composizione di quei canti che verranno in seguito pubblicati con il titolo di Idilli e scrisse L’infinito, La sera del dì di festa, Alla luna (originariamente, i titoli di queste ultime erano La sera del giorno festivo e La ricordanza), La vita solitaria, Il sogno, Lo spavento notturno. Sono i cosiddetti “primi idilli” o “piccoli idilli”. Qui confluirono i rimpianti per la giovinezza perduta e la presa di coscienza dell’impossibilità di essere felici.

Il soggiorno a Roma e il ritorno a Recanati

Nell’autunno del 1822 ottenne dai genitori il permesso di recarsi a Roma, dove rimase dal novembre all’aprile dell’anno successivo, ospite dello zio materno, Carlo Antici. A Leopardi Roma apparve squallida e modesta al confronto con l’immagine idealizzata che egli si era figurata studiando i classici. Lo colpirono la corruzione della Curia e l’alto numero di prostitute che gli fece abbandonare l’immagine idealizzata della donna. Rimase invece entusiasta della tomba di Torquato Tasso, al quale si sentiva accomunato dall’innata infelicità (verso il Tasso, che renderà protagonista di una delle Operette morali, sarà debitore a livello stilistico e nella scelta di alcuni nomi più famosi dei suoi componimenti, come Nerina e Silvia, tratti dall’Aminta).

Nell’ambiente culturale romano Leopardi visse isolato e frequentò solamente studiosi stranieri, tra cui i filologi Christian Bunsen e Barthold Niebuhr; quest’ultimo si interessò per farlo entrare nella carriera dell’amministrazione pontificia, ma Leopardi rifiutò. Nell’aprile del 1823 Leopardi ritornò a Recanati dopo aver constatato che il mondo al di fuori di esso non era quello sperato. Tornato a Recanati, Leopardi si dedicò alle canzoni di contenuto filosofico o dottrinale e tra il gennaio e il novembre del 1824 compose buona parte delle Operette morali.

Lontano da Recanati: Milano, Bologna, Firenze, Pisa

Nel 1825 il poeta, invitato dall’editore Antonio Fortunato Stella si recò a Milano con l’incarico di dirigere l’edizione completa delle opere di Cicerone e altre edizioni di classici latini e italiani. A Milano però egli non rimase a lungo perché il clima gli era dannoso alla salute e l’ambiente culturale, troppo polarizzato intorno al Monti, gli recava noia.

Decise così di trasferirsi a Bologna dove visse (al numero 33 di via Santo Stefano), tranne una breve permanenza a Recanati nell’inverno del 1827, sino al giugno di quello stesso anno mantenendosi con l’assegno mensile dello Stella e dando lezioni private. Nell’ambiente bolognese il Leopardi conobbe il conte Carlo Pepoli, patriota e letterato al quale dedicò un’epistola in versi intitolata Al conte Carlo Pepoli che lesse il 28 marzo 1826 nell’Accademia dei Felsinei. Nell’autunno iniziò a compilare, per ordine di Stella, una “Crestomazia”, antologia di prosatori italiani dal Trecento al Settecento che venne pubblicata nel 1827 alla quale fece seguito, l’anno successivo, una “Crestomazia” poetica. A Bologna conobbe anche la contessa Teresa Carniani Malvezzi, della quale si innamorò senza essere corrisposto. Leopardi frequenta i Malvezzi per quasi un anno, ma poi la donna lo allontanò, spinta anche dal marito che mal sopportava che il poeta si trattenesse con la moglie fino alla mezzanotte.

Leopardi si sfoga in una lettera ad un corrispondente, usando parole molto dure verso di lei.

Uscivano intanto presso Stella le sue Operette morali. Frequentò anche la casa del medico Giacomo Tommasini e strinse amicizia con la moglie Antonietta, patriota, e la figlia Adelaide (coniugata Maestri), sue ammiratrici.

Nel giugno dello stesso anno si trasferì a Firenze dove conobbe il gruppo di letterati appartenenti al circolo Viesseux tra i quali Gino Capponi,Giovanni Battista Niccolini, Pietro Colletta, Niccolò Tommaseo ed anche il Manzoni che si trovava a Firenze per rivedere dal punto di vista linguistico i suoi Promessi Sposi.

Nel novembre del 1827 si recò a Pisa dove rimase fino alla metà del 1828. A Pisa, grazie all’inverno mite, la sua salute migliorò e il Leopardi tornò alla poesia, che taceva dal 1823, e compose la canzonetta in strofe metastasiane Il Risorgimento e il canto A Silvia (figura forse ispirata alla figlia del cocchiere di Monaldo, morta giovane, Teresa Fattorini) inaugurando il periodo creativo detto dei Canti “pisano-recanatesi”, chiamati anche “grandi idilli”, in cui il poeta sperimenta la cosiddetta canzone libera o canzone leopardiana, il cui primo sperimentatore era stato Alessandro Guidi, dalla cui lettura ne era venuto a conoscenza. A Pisa stringe amicizia con la giovane figlia dei suoi padroni di casa, Teresa Lucignani, a cui dedica una breve lirica rimasta inedita a lungo.

Il ritorno a Recanati
« Vaghe stelle dell’orsa, io non credea
tornare ancor per uso a contemplarvi »
(Le ricordanze, vv.1-2)

Il periodo di benessere era finito e il poeta, colpito nuovamente dalle sofferenze e dall’aggravarsi del disturbo agli occhi, fu costretto a sciogliere il contratto con Stella e durante l’estate del ’28 si recò a Firenze nella speranza di trovare un modo per poter vivere in modo indipendente. Ma le sue condizioni di salute non glielo permisero ed egli fu costretto a ritornare a Recanati dove rimase fino al 1830. In questi «sedici mesi di notte orribile» il Leopardi si dedicò alla poesia e scrisse alcune delle sue liriche più importanti, tra cui Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, Il passero solitario, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. Queste poesie, a lungo denominate dai critici “grandi idilli” o anche “secondi idilli”, sono ora conosciute, insieme ad A Silvia come “Canti pisano-recanatesi”.

A Firenze dal 1830 al 1833
« Perì l’inganno estremo,
ch’eterno io mi credei »
(A se stesso, vv.2-3)

Intanto, nell’aprile del 1830, il Colletta, al quale il poeta scriveva della sua vita infelice, gli offrì, grazie ad una sottoscrizione degli “amici di Toscana”,  l’opportunità di tornare a Firenze, dove il 27 dicembre 1831 fu eletto socio dell’Accademia della Crusca[41]. Nello stesso 1831 a Firenze curò un’edizione dei “Canti”, partecipò ai convegni dei liberali fiorentini e strinse amicizia col giovane esule napoletano Antonio Ranieri. Nel 1831, grazie alla fama di personalità liberale, fu eletto deputato dell’assemblea del Pubblico Consiglio di Recanati, sorta dai moti del 1831, ma non fa in tempo ad accettare la nomina (peraltro mai richiesta) che gli austriaci restaurano il governo pontificio.

Risale a questo periodo la forte passione amorosa per Fanny Targioni Tozzetti, conclusasi in una delusione, che gli ispirò il cosiddetto “ciclo di Aspasia”, una raccolta di poesie scritte tra il 1831 e il 1835 che contiene: Il pensiero dominante, Amore e morte, A se stesso, Consalvo e Aspasia. In questa raccolta si manifestò il Leopardi più disilluso e disperato, orfano anche di quella tristezza nostalgica degli Idilli, nella perdita dell’ultima illusione che gli era rimasta, quella dell’amore (l’inganno estremo).

Nell’autunno del 1831 si recò a Roma con Ranieri per ritornare a Firenze nel 1832 e nel corso di questo anno scrisse i due ultimi dialoghi delle “Operette”, Il Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere e il Dialogo di Tristano e di un amico.

A Napoli dal 1833 al 1837

Nel 1827 Leopardi conosce a Firenze il napoletano Antonio Ranieri. A partire dal 1830 la frequentazione diventa assidua, e nell’inverno del 1831 i due trascorrono cinque mesi assieme a Roma. Quando Ranieri tornò a Napoli l’anno successivo, tra i due iniziò una fitta corrispondenza che ha fatto a taluni ritenere che tra Leopardi e Ranieri vi fosse un rapporto amoroso.

In una di queste lettere, pubblicate tutte da Ranieri nel 1880 in Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, il poeta scrive a Ranieri:

« Ranieri mio, tu non mi abbandonerai però mai, né ti raffredderai nell’amarmi. Io non voglio che tu ti sacrifichi per me, anzi desidero ardentemente che tu provvegga prima d’ogni cosa al tuo ben essere: ma qualunque partito tu pigli, tu disporrai le cose in modo, che noi viviamo l’uno per l’altro, o almeno io per te; sola ed ultima mia speranza. Addio, anima mia. Ti stringo al mio cuore, che in ogni evento possibile e non possibile, sarà eternamente tuo »

Nell’aprile 1834 Leopardi ricevette visita da August von Platen, che nel suo diario scrisse:

(DE)
« Leopardi ist klein und bucklicht, sein Gesicht bleich und leidend […] er den Tag zur Nacht macht und umgekehrt […] führt er allerdings ein trauriges Leben. Bei näherer Bekanntschaft verschwindet jedoch alles […] die Feinheit seiner klassischen Bildung und das Gemütliche seines Wesens nehmen für ihn ein.»     (IT)
« Leopardi è piccolo e gobbo, il viso ha pallido e sofferente […] fa del giorno notte e viceversa […] conduce una delle più miserevoli vite che si possano immaginare. Tuttavia, conoscendolo più da vicino […] la finezza della sua educazione classica e la cordialità del suo fare dispongon l’animo in suo favore.»

Nel settembre del 1833, Leopardi, dopo aver ottenuto un modesto assegno dalla famiglia, partì per Napoli con Ranieri sperando che il clima mite di quella città potesse giovare alla sua salute. Sugli anni a Napoli, Antonio Ranieri dichiarò:

« Quivi Leopardi, mentre che io, lasciatone il mio antico letto, dormiva in una camera non mia (cosa che, nelle consuetudini del paese, massime in quei tempi, toccava quasi lo scandalo), per dormire accanto a lui, ebbe, una notte, la strana allucinazione, che la signora di casa avesse fatto disegno sopra una sua cassetta, nella quale egli non riponeva mai altro che non nettissimi arnesi da ravviare i capelli, e le cesoie […]»

Durante gli anni trascorsi a Napoli si dedicò alla stesura dei “Pensieri” che raccolse probabilmente tra il 1831 e il 1835, e riprese i Paralipomeni della Batracomiomachia che, iniziati nel 1831, aveva interrotto.

A quest’ultima opera lavorò, assistito dal Ranieri, fino agli ultimi giorni di vita. Di quest’opera incompiuta, in ottave, ampiamente influenzata sia dallo pseudo Omero della Batracomiomachia, (che già Leopardi aveva tradotta in gioventù, e di cui continua la trama) che dal poema Gli animali parlanti di Giovanni Battista Casti, rimane autografo il solo primo canto. Ranieri affermò sempre che gli altri, di sua mano, furono scritti sotto dettatura del Leopardi. Le ultime ottave sarebbero state dettate dal Leopardi morente. Qualche dubbio può nascere, se si pensa che il Ranieri investì soldi dopo la morte del poeta per farli pubblicare come autentici, con poco successo finanziario.

Nel 1836, quando a Napoli scoppiò l’epidemia di colera, il Leopardi si recò con Ranieri e la sorella di questi, Paolina, nella Villa Ferrigni a Torre del Greco, dove rimase dall’estate di quell’anno al febbraio del 1837. Paolina Ranieri assisterà, personalmente e con profondo affetto, Leopardi nei suoi ultimi anni, all’aggravamento delle sue condizioni fisiche.

La morte

In questo luogo egli compose gli ultimi Canti La ginestra o il fiore del deserto (il suo testamento poetico nel quale si coglie l’invocazione ad una fraterna solidarietà contro l’oppressione della natura) e Il tramonto della luna (compiuto solo poche ore prima di morire). Nel febbraio del 1837 ritornò a Napoli con il Ranieri e la sorella, ma le sue condizioni si aggravarono ed il 14 giugno di quell’anno morì improvvisamente, dopo essersi sentito male al termine di un pranzo, nonostante l’intervento del medico.

Secondo la testimonianza di Antonio Ranieri, Leopardi morì alle ore 21 fra le sue braccia poco prima di partire per Villa Ferrigni. Le sue ultime parole furono “Addio, Totonno, non veggo più luce”.

Tre giorni dopo il decesso, Antonio Ranieri pubblicò un necrologio sul giornale “Il progresso”.

La morte del poeta è stata analizzata da studiosi di medicina già a partire dall’inizio del XX secolo. Molte sono state le ipotesi, dalla più accreditata, pericardite acuta, a quelle più fantasiose, cibo avariato. Nessuna delle tesi alternative, tuttavia, è riuscita a smentire il referto ufficiale, diffuso dall’amico, patriota e scrittore partenopeo, Antonio Ranieri: idropisia polmonare il che è comunque verosimile, dati i suoi problemi respiratori, dovuti alla deformazione della colonna vertebrale.

Leopardi era morto all’età di 39 anni, in un periodo in cui il colera stava colpendo la città di Napoli. Grazie ad Antonio Ranieri, che fece interessare della questione il ministro di Polizia, le sue spoglie – questa la versione accettata – non furono gettate in una fossa comune, come le severe norme igieniche richiedevano a causa del colera che colpiva ancora la città, ma inumate nell’atrio della chiesa di San Vitale, sulla via di Pozzuoli presso Fuorigrotta. La lapide fu dettata da Pietro Giordani:

“AL CONTE GIACOMO LEOPARDI RECANATESE
FILOLOGO AMMIRATO FVORI D’ITALIA
SCRITTORE DI FILOSOFIA E DI POESIE ALTISSIMO
DA PARAGONARE SOLAMENTE COI GRECI
CHE FINÌ DI XXXIX ANNI LA VITA
PER CONTINVE MALATTIE MISERRIMA
FECE ANTONIO RANIERI
PER SETTE ANNI FINO ALLA ESTREMA ORA CONGIVNTO
ALL’AMICO ADORATO MDCCCXXXVII”

In realtà fin dall’inizio il racconto del Ranieri era apparso pieno di contraddizioni e molti furono i dubbi che avvolsero quanto egli aveva dichiarato, anche perché le sue versioni furono molte e diverse a seconda dell’interlocutore.

Il 21 luglio 1900 venne effettuata la ricognizione delle spoglie del Recanatese e nella cassa, troppo piccola per contenere lo scheletro di un uomo con doppia gibbosità, vennero rinvenuti soltanto frammenti d’ossa e di stracci. Nessuna traccia del cranio. Nonostante i dubbi la questione venne ben presto chiusa.

Nel 1939 quella cassa fu spostata al Parco Vergiliano a Piedigrotta (altrimenti detto Parco della tomba di Virgilio) nel quartiere Mergellina, e il luogo fu dichiarato monumento nazionale.

Poetica di Giacomo Leopardi:

La poetica di Giacomo Leopardi è l’insieme dei principi e degli obiettivi che guidano l’attività creativa (temi, linguaggio, destinatari, finalità) del poeta recanatese. Essa appare intimamente connessa agli aspetti del pensiero dell’autore, ovvero alle sue posizioni filosofiche, alla sua concezione dell’uomo e della società, alle esperienze di vita attraverso le quali si è formato.

Nel caso di Giacomo Leopardi, l’elaborazione della poetica è testimoniata da numerosi passi, di varia estensione, dello Zibaldone, talora dotati di esempi, o addirittura corredati da abbozzi di testi poetici. Lo Zibaldone è la chiave per comprendere come al centro dell’opera di Leopardi appaia costante la tematica del dolore esistenziale, sfociante nella sua visione pessimista della vita.

La poetica

Negli anni compresi tra il 1817 e il 1818 si delinea il primo momento del sistema di pensiero leopardiano. Leopardi considera felice lo stato d’animo dell’uomo e ritiene che la natura riesca a mediare la condizione di infelicità a cui l’uomo è destinato. Dunque in questa prima fase la natura assume una connotazione positiva perché è in grado di produrre illusioni.

I Canti

Non è possibile identificare nei Canti una poetica unitaria, ma piuttosto l’evolversi di linee diverse, spesso compresenti, legate in modo non rigido ma dinamico all’evolversi del pensiero leopardiano.

Si può osservare come nei Canti pisano-recanatesi, quando è ormai irreversibile la convinzione dell’universale e necessaria infelicità degli uomini, voluta dalla natura, permangano ben saldi gli elementi costitutivi della poetica degli Idilli, ovvero il vago, l’indefinito, la rimembranza.

Per questa ragione, fra l’altro, i Canti pisano-recanatesi sono stati a lungo indicati come “Grandi idilli”.

Nei difficili anni che seguono il definitivo allontanamento da Recanati non cambia il nucleo concettuale della filosofia leopardiana, mentre emergono significativi mutamenti poetici nei Canti del “Ciclo di Aspasia” e nella Ginestra: non si riscontra più un linguaggio sfumato, con evocazione degli anni giovanili, serene rappresentazioni di paesaggio, ma un linguaggio fermo, scabro, a volte ironico o sarcastico fino all’asprezza.

CXI Pensieri

La morte è rifuggita dall’uomo malgrado delusioni e dolori:” la morte non è male: perché libera l’uomo da tutti i mali, e insieme coi beni gli toglie i desideri. La vecchiezza è male sommo: perché libera l’uomo di tutti i piaceri, lasciandogliene gli appetiti; e porta seco tutti i dolori” (VI). La noia è il più nobile tragico dei sentimenti umani ed è proprio dei grandi spiriti che, avendo una spiritualità profonda, si rendono conto dell’inadeguatezza della vita umana: “La noia è in qualche modo il più nobile dei sentimenti umani [….]…..ma nondimeno il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera….[….] e perciò noia pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà che si vegga nella natura umana. Perciò la noia è poco nota agli uomini di nessun momento, e pochissimo o nulla agli altri animali” (LXVIII).
Altri elementi di poetica

Illusioni sono la felicità (o piacere) e l’ infinito a cui l’animo tende naturalmente. La ragione ha però scoperto che la felicità non può essere appagata data la finitezza dell’uomo e la precarietà della sua esistenza. L’infinito coincide con il nulla, il solido nulla, unica certezza: “Pare che solamente la negazione dell’essere, il niente, possa essere senza limiti, e che l’infinito venga in sostanza ad essere lo stesso che il nulla” (Zibaldone, 2 maggio 1826). Conseguenza del nulla è la noia, un senso di estraneità alla vita. L’inattingibile infinito suscita però nell’uomo la tensione a superare i propri limiti (L’infinito).

L’idillio è espressione della poesia d’immaginazione, mentre la canzone è espressione della poesia di sentimento e filosofica.
Il linguaggio

Caratteristica del poeta è l’essenzialità del linguaggio che, con rapidissime immagini e sapienza ritmica e sintattica, crea brani di straordinaria suggestione.
Nello Zibaldone Leopardi annota le proprie riflessioni circa il linguaggio adottato nella poesia: egli scrive di adoperare “una lingua per i morti”, sottolineando l’uso di parole arcaiche, desuete, fuori dal loro contesto. Osserva inoltre che i “termini”, ovvero i vocaboli determinati, sono prosastici, mentre le parole, quanto più sono “vaghe” ed “indefinite” tanto più risultano poetiche. Analogamente, ciò che è presente e vicino viene considerato meno poetico di ciò che è lontano nel tempo o nello spazio. A questo proposito, l’idillio L’infinito è paradigmatico della poetica che si suole definire appunto “idillica”.

L’idea dell’immensità e dell’eternità sono rese con un limitatissimo impiego di mezzi lessicali, che consente alle idee di giganteggiare nel deserto delle parole.

 

File:Recanati6750.jpg

La biblioteca di Casa Leopardi

Jacqueline

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