Caravaggio

Caravaggio

Caravaggio è stato un pittore italiano.

Formatosi tra Milano e Venezia ed attivo a Roma, Napoli, Malta e in Sicilia fra il 1593 e il 1610, è uno dei più celebri pittori italiani di tutti i tempi, dalla fama universale.

I suoi dipinti, che combinano un’analisi dello stato umano, sia fisico che emotivo, con un drammatico uso della luce, hanno avuto una forte influenza formativa sulla pittura barocca.

Di animo particolarmente irrequieto, affrontò diverse vicissitudini durante la sua breve esistenza.

Data cruciale per l’arte e la vita di Merisi fu quella del 28 maggio 1606 quando, rendendosi responsabile di un omicidio e condannato a morte per lo stesso, dovette vivere gli anni successivi in costante fuga per scampare alla pena capitale.

Il suo stile influenzò direttamente o indirettamente la pittura dei secoli successivi costituendo un filone di seguaci racchiusi nella corrente del caravaggismo.

La giovinezza e la formazione (1571-1595)

Nacque a Milano probabilmente il 29 settembre 1571 figlio di Fermo Merisi, Merigi o Amerighi (Fermo Merixio) e Lucia Aratori (Lutia De Oratoribus), nativi di Caravaggio (Caravaggius), un piccolo centro attualmente in provincia di Bergamo dove si erano sposati nel precedente gennaio.

Fu battezzato il giorno il 30 settembre 1571 nella basilica di Santo Stefano Maggiore, nel quartiere milanese dove alloggiavano le maestranze della fabbrica del duomo delle quali faceva probabilmente parte anche il padre di Michelangelo, di mestiere mastro muratore. Suo padrino di battesimo fu il patrizio milanese Francesco Sessa.

Nel 1577 a causa della peste, la famiglia Merisi lascia Milano e si trasferisce a Caravaggio per sfuggire all’epidemia, ma qui muoiono il padre e i nonni del pittore.

Nel 1584 la vedova e i suoi quattro figli tornano nel capoluogo lombardo dove il tredicenne Michelangelo (Michelangelo Merixio) viene accolto nella bottega di Simone Peterzano, pittore di successo, tardomanierista di scuola veneta: “il contratto di apprendistato lo firma la madre, il 6 aprile 1584: per poco più di quaranta scudi d’oro … Va dietro il maestro ad affrescare, nella chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore, in quella di San Barnaba”.

L’apprendistato del giovane pittore si protrasse per circa quattro anni, durante i quali apprese la lezione dei maestri della scuola lombarda e veneta.

Giulio Mancini, uno dei suoi biografi, nelle “Considerazioni sulla pittura” del 1621, racconta dell’infanzia di Caravaggio, sottolineando il forte carattere dell’artista già in quei primi anni: “Studiò in fanciullezza per quattro o cinque anni in Milano, con diligenza ancorché di quando in quando, facesse qualche stravaganza causata da quel calore e spirito così grande”.

Il seguito dell’apprendistato di Caravaggio e, in particolare, gli anni che vanno dal 1588, anno di scadenza del contratto con Peterzano, al 1592, ultima testimonianza della sua presenza in Lombardia prima di raggiungere Roma, resta piuttosto nebuloso.

Da qui la difficile individuazione delle fonti che hanno influenzato la sua pittura.

Secondo taluni il giovane pittore abbandonò in quegli anni Milano per trasferirsi a Venezia e conoscere da vicino l’opera dei grandi maestri del colore: Giorgione, Tiziano e Tintoretto.

Secondo il Longhi – in alternativa alla tesi “veneta” – di capitale importanza per lo sviluppo del futuro stile di Caravaggio sarebbe stata la riflessione giovanile sull’opera di alcuni maestri lombardi, soprattutto di area bresciana, quali Foppa, Bergognone, Savoldo, Moretto e Romanino (che Longhi definisce precaravaggeschi).

Questi maestri avrebbero quindi posto le basi di quelli che saranno i capisaldi dell’arte del Merisi.

A questa scuola, il cui capostipite è individuato dal Longhi in Foppa, si dovrebbero infatti l’avvio della rivoluzione luministica e la caratterizzazione naturalistica (contrapposta a certa aulicità rinascimentale) dei soggetti dipinti. Elementi centrali della pittura di Caravaggio.

Nel 1595, stando alle ultime scoperte d’archivio, Caravaggio si trasferisce a Roma ed è inizialmente ospite del monsignor Pandolfo Pucci da Recanati, da lui soprannominato “monsignor insalata” dall’unico alimento che gli forniva di vitto.

Ha rapporti, più o meno fugaci, con diversi pittori locali. Prima presso la bottega di un pittore siciliano, Lorenzo Carli, autore di opere destinate alle fasce più modeste del mercato, poi ha un breve sodalizio con Antiveduto Gramatica e, infine, frequenta per alcuni mesi la bottega di Giuseppe Cesari detto il Cavalier d’Arpino.

Successivamente per una malattia viene ricoverato presso l’ospedale della Consolazione e a causa di questo evento interrompe il rapporto con il Cesari.

Durante queste esperienze probabilmente Caravaggio venne impiegato come esecutore di nature morte e come realizzatore di parti decorative di opere più complesse, ma in merito non si ha nessuna testimonianza certa.

Un’ipotesi, priva in ogni caso di riscontro documentale, è che Caravaggio possa aver realizzato i festoni decorativi della cappella Olgiati, nella basilica di Santa Prassede a Roma, cappella affrescata dal cavalier d’Arpino.

Grazie a Prospero Orsi (meglio noto come Prosperino delle Grottesche), pittore con il quale strinse una forte amicizia, Merisi nel 1595 conobbe il suo primo protettore: il cardinal Francesco Maria del Monte, grandissimo uomo di cultura ed appassionato d’arte che, incantato dalla sua pittura, acquistò alcuni dei suoi quadri; il giovane lombardo entrò così al suo servizio rimanendovi per circa tre anni.

Del Monte secondo Bellori: “ridusse in buono stato Michele e lo sollevò dandogli luogo onorato in casa fra i gentiluomini”.

La fama dell’artista grazie al suo importante committente cominciò a decollare all’interno dei più importanti salotti dell’alta nobiltà romana.

L’ambiente fu scosso dalla sua rivoluzionaria pittura che si pose immediatamente al centro di forti discussioni ed accese polemiche.

Grazie alle commissioni e ai consigli dell’influente ed illuminato prelato, Caravaggio mutò il suo stile abbandonando le tele di piccole dimensioni ed i singoli ritratti e cominciando a dedicarsi alla realizzazione di opere complesse con gruppi di più personaggi che interagiscono tra loro, descrivendo all’interno di un’ambientazione un episodio specifico.

Uno dei primi lavori di questo periodo è il Riposo durante la fuga in Egitto.

Nel giro di pochi anni la sua fama crebbe in maniera esponenziale, Caravaggio divenne un mito vivente per un’intera generazione di pittori che ne esaltavano lo stile e le tematiche.

Nel 1599 Caravaggio, grazie all’aiuto del cardinal Francesco Maria del Monte, ricevette la prima commissione pubblica per tre grandi tele da collocare all’interno della cappella Contarelli nella Chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma.

I dipinti che Caravaggio doveva realizzare riguardavano degli episodi tratti dalla vita di san Matteo: la Vocazione ed il Martirio.

In meno di un anno il pittore concluse le due opere che gli aprirono il successo pubblico, così che ebbe immediatamente altri importanti incarichi.

Dapprima da parte del commerciante Fabio Nuti, per un quadro che è stato identificato nella Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi di Palermo, a lungo ritenuta dipinta in Sicilia nel 1609.

Quindi, per la basilica di Santa Maria del Popolo. Per ordine del monsignor Tiberio Cerasi, che aveva acquistato una cappella della chiesa romana, gli vennero commissionati due dipinti: la Crocefissione di san Pietro e la Conversione di san Paolo.

Contemporaneamente gli fu chiesta la realizzazione di una terza tela per la chiesa di San Luigi dei Francesi: San Matteo e l’angelo.

Il pittore, nonostante conoscesse bene il gusto estetico dei suoi committenti, scelse dei soggetti popolari, che esprimessero in una dimensione reale e drammatica lo svolgersi degli eventi, rappresentando così i valori spirituali della corrente pauperista all’interno della chiesa cattolica.

La prima versione del San Matteo e l’angelo, distrutta in Germania durante la seconda guerra mondiale, fu però rifiutata e poi sostituita con quella ancora in loco dipinta nel 1602.

La stessa sorte toccò ai due quadri per la cappella Cerasi di basilica di Santa Maria del Popolo, che dopo esser stati rifiutati vennero comprati dal cardinal Giacomo Sannesio.

La descrizione da parte di Bellori dell’episodio del rifiuto della pala di San Matteo e l’angelo, fa da introduzione ad un altro importante protettore di Caravaggio:

“Qui avvenne cosa, che pose in grandissimo disturbo, e quasi fece disperare Caravaggio in riguardo della riputazione; poiché avendo egli terminato il quadro di mezzo di San Matteo e postolo sù l’altare, fu tolto via dai Preti, con dire che quella figura non aveva decoro, né aspetto di santo, stando à sedere con le gambe incavalcate, e co’ piedi rozzamente esposti al popolo. Si disperava il Caravaggio per tale affronto nella prima opera da esso pubblicata in chiesa, quando il Marchese Vincenzo Giustiniani si mosse à favorirlo, e liberollo da questa pena; poiché interpostosi con quei Sacerdoti, si prese per sé il quadro, e glie ne fece fare un altro diverso, che è quello che si vede ora sul’altare.”

marchese Giustiniani era un ricco banchiere genovese nell’orbita della corte pontificia (oltre che vicino di casa del cardinal Del Monte, visto che aveva sede in palazzo Giustiniani a Roma con il fratello cardinal Benedetto Giustiniani) e fu protettore di Caravaggio per molti anni; collezionò moltissime delle sue opere e contribuì moltissimo alla formazione culturale del pittore.

In più di un’occasione, grazie alle sue ramificate influenze, riuscì a salvare l’artista dalle gravose questioni legali nelle quali era spesso implicato per colpa della sua indole aggressiva.

Durante il suo soggiorno presso palazzo Madama, dimora del cardinal Del Monte, Merisi si rese protagonista di un episodio spiacevole il 28 novembre del 1600: malmenò e percosse con un bastone Girolamo Stampa da Montepulciano, un nobile che si trovava come ospite del prelato: ne conseguì una denuncia.

In seguito gli episodi di risse, violenze e schiamazzi andarono via via aumentando; spesso il pittore venne arrestato e condotto presso le carceri di Tor di Nona.

Non sarebbe comunque stato il primo guaio con la legge per il turbolento artista.

Giovanni Pietro Bellori (uno dei suoi primi biografi) sostiene che, intorno al 1590-1592, Caravaggio, già distintosi per risse tra bande di giovinastri, avrebbe commesso un omicidio a causa del quale era fuggito da Milano prima per Venezia (dove studiò la pittura locale, in particolar modo Giorgione) e poi per Roma.

Il suo trasferimento nella città papale non sarebbe stato, dunque, una meta prefissata, ma la conseguenza di una fuga.

Nel 1602 dipinge la Cattura di Cristo e Amor vincit omnia. Nel 1603 fu processato per la diffamazione di un altro pittore, Giovanni Baglione, che querelò sia Caravaggio sia i suoi seguaci Orazio Gentileschi e Onorio Longhi, colpevoli di aver scritto rime offensive nei suoi confronti.

Grazie all’intervento dell’ambasciatore francese, Merisi, condannato al processo, venne liberato e trasferito agli arresti domiciliari, seppur per poco (in precedenza, aveva scontato già un mese di carcere a Tor di Nona).

Tra il maggio e l’ottobre del 1604 il pittore fu arrestato varie volte per possesso d’armi abusivo e ingiurie alle guardie cittadine; inoltre, fu querelato da un garzone d’osteria per avergli tirato in faccia un piatto di carciofi.

Nel 1605 fu costretto a scappare a Genova per circa tre settimane, dopo aver ferito gravemente un notaio, Mariano Pasqualone da Accumuli, a causa di una donna: Lena, l’amante di Caravaggio.

L’intervento dei protettori dell’artista riuscì ad insabbiare l’accaduto anche se, al ritorno a Roma, il pittore venne querelato da Prudenzia Bruni, sua padrona di casa, per non aver pagato l’affitto; per ripicca, Merisi prese nottetempo a sassate la sua finestra, finendo nuovamente querelato.

Nel novembre dello stesso anno, il pittore risulta degente per una ferita, che dice di essersi procurato da solo, cadendo sulla propria spada.

Il fatto più grave però si svolse a Campo Marzio, la sera del 28 maggio 1606: a causa di una discussione causata da un fallo nel gioco della pallacorda (una sorta di tennis) il pittore venne ferito e, a sua volta, ferì mortalmente il rivale, Ranuccio Tomassoni da Terni, con il quale aveva avuto già in precedenza delle discussioni spesso sfociate in risse.

Anche questa volta c’era di mezzo una donna, Fillide Melandroni, le cui grazie erano contese da entrambi.

Probabilmente dietro l’assassinio di Ranuccio c’erano anche questioni economiche, forse qualche debito di gioco non pagato dal pittore o addirittura politiche: la famiglia Tomassoni infatti era notoriamente filo-spagnola, mentre Michelangelo Merisi era un protetto dell’ambasciatore di Francia.

Il verdetto del processo per il delitto di Campo Marzio fu severissimo: Caravaggio venne condannato alla decapitazione, che poteva esser eseguita da chiunque lo avesse riconosciuto per la strada.

In seguito alla condanna, nei dipinti dell’artista lombardo cominciarono ossessivamente a comparire personaggi giustiziati con la testa mozzata, dove il suo macabro autoritratto prendeva spesso il posto del condannato.

La fuga da Roma:

La permanenza in città non era più possibile: ad aiutare Caravaggio a fuggire da Roma fu dunque il principe Filippo I Colonna che gli offrì asilo all’interno di uno dei suoi feudi laziali di Marino, Palestrina, Zagarolo e Paliano.

Il nobile romano mise in atto una serie di depistaggi, grazie anche agli altri componenti della sua famiglia che testimoniarono la presenza del pittore in altre città italiane, facendo così perdere le tracce del famoso artista.

Per i Colonna Caravaggio eseguì in quel periodo diversi dipinti, su tutti la Cena in Emmaus, nella scarna versione che oggi è a Brera.

Gli ultimi anni della sua vita (1606-1610)

Il periodo napoletano:

Alla fine del 1606 Caravaggio giunse a Napoli, nei Quartieri Spagnoli, dove rimase per circa un anno.

La fama del pittore era ben nota a tutti nella città partenopea. I Colonna lo raccomandarono ad un ramo collaterale della famiglia: i Carafa-Colonna, importanti membri dell’aristocrazia napoletana.

Qui il Merisi visse un periodo felice e prolifico per quanto riguarda le commissioni.

Furono infatti eseguiti: la Giuditta che decapita Oloferne (1607), scomparsa e pervenuta ai tempi moderni tramite copia acquistata dal banco di Napoli; la Sacra famiglia con san Giovanni Battista (1607), appartenente alla collezione privata Clara-Otello Silva a Caracas; una prima versione della Flagellazione di Cristo (1607), conservata presso il musée des beaux arts di Rouen; il Salomè con la testa del Battista (1607), al National Gallery di Londra; la prima versione di Davide con la testa di Golia (1607), al Kunsthistorisches Museum di Vienna; la Crocifissione di sant’Andrea (1607), presso il Cleveland Museum of Art ed infine, la più importante, ad opera della famiglia Carafa-Colonna, la Madonna del Rosario (1606-1607), la cui composizione avvenne per essere ospitata probabilmente nella cappella di famiglia della chiesa di San Domenico Maggiore.

Un anno e mezzo dopo la sua esecuzione, il dipinto fu venduto a dei mercanti e portato in Belgio prima ed a Vienna poi, dove si trova tuttora.

Dei molti dipinti eseguiti durante il primo periodo napoletano, solo due di questi però trovarono sede definitiva in città.

Uno fu il suggestivo, ed uno dei suoi lavori più importanti, Sette opere di misericordia (1606-1607).

La tela si rivelerà cardine per la pittura in Italia Meridionale e per la pittura italiana in generale, la cui composizione, rispetto alle pitture romane, è più drammatica e concitata non vedendo più esistere un fulcro centrale dell’azione.

Questo aspetto sarà di grande stimolo per la pittura barocca partenopea successiva ed il passaggio di Merisi in città darà luogo alla nascita di molti esponenti caravaggeschi e di pittori locali.

L’altro dipinto rimasto a Napoli fu quello eseguito tra il 1607 ed 1608, direttamente per la chiesa di San Domenico Maggiore, poi spostato al museo di Capodimonte, ovvero una seconda versione della Flagellazione di Cristo.

Il soggiorno a Malta:

Nel 1607 Michelangelo Merisi parte per Malta, sempre per intercessione dei Colonna, e qui entra in contatto con il gran maestro dell’ordine dei cavalieri di san Giovanni, Alof de Wignacourt, a cui il pittore fece anche un ritratto. Il suo obiettivo era diventare cavaliere per ottenere l’immunità, in quanto su di lui pendeva ancora la condanna alla decapitazione.

In questo contesto il Caravaggio firma un documento che metterà in discussione il suo reale luogo di nascita.

Infatti il pittore dichiara che la sua città natale è proprio Caravaggio, in provincia di Bergamo: “Carraca oppido vulgo de Caravagio in Longobardis natus”.

A rimettere in discussione il suo luogo d’origine vi è poi un’ulteriore attestazione presentata recentemente, proveniente dalla scoperta di un documento nuovo; in esso si legge la dichiarazione resa a Roma da un garzone mediolanensis, Pietro Paolo Pellegrino, nel corso di un interrogatorio: “questo pittore Michelangelo… al parlare tengo sia milanese”, ma poi specifica “mettete lombardo, per che lui parla alla lombarda”.

Pellegrino non riconobbe nella cadenza del pittore l’accento che gli era familiare, essendo lui stesso milanese per nascita.

Intanto l’attività di pittore del Merisi prosegue, dipingendo nel 1608 la Decollazione di san Giovanni Battista, il suo quadro più grande per dimensioni, tuttora conservato nella cattedrale di La Valletta.

Dopo un anno di noviziato, il 14 luglio 1608 Caravaggio fu investito della carica di cavaliere di grazia, di rango inferiore rispetto ai cavalieri di giustizia di origine aristocratica.

Anche qui ebbe dei problemi: fu arrestato per un duro litigio con un cavaliere del rango superiore e perché si venne a sapere che su di lui pendeva la condanna a morte.

Venne rinchiuso nel carcere di Sant’Angelo a La Valletta, il 6 ottobre: riuscì incredibilmente ad evadere e a rifugiarsi in Sicilia a Siracusa.

Il 6 dicembre i cavalieri espulsero Caravaggio dall’ordine con disonore: “Come membro fetido e putrido”.

Caravaggio in Sicilia:

A Siracusa, Caravaggio fu ospite di Mario Minniti, suo amico di vecchia data, conosciuto durante gli ultimi anni romani.

Nella città siciliana si interessò molto all’archeologia studiando i reperti ellenistici e romani della città siciliana: durante una visita assieme allo storico Vincenzo Mirabella coniò il nome “orecchio di Dionigi” per descrivere la Grotta delle Latomie.

Durante questo soggiorno dipinse per la Chiesa di Santa Lucia al Sepolcro una pala d’altare del Seppellimento di santa Lucia (la patrona della città siciliana) la cui ambientazione sembra proprio quella delle vicine grotte da lui tanto ammirate.

Durante il suo tragitto, secondo molti critici e secondo lo scrittore Andrea Camilleri, si sarebbe fermato a Licata, dipingendo il San Girolamo nella fossa dei leoni, dipinto che avrebbe creato il culto della festa del venerdì santo nella località dell’agrigentino e il San Giacomo della misericordia presente nella omonima chiesa.

A Messina dipinse la Resurrezione di Lazzaro, tetra incompiuta e cimiteriale rappresentazione, la cui parte centrale è occupata dal corpo spasmodicamente teso nel gesto del braccio verso la luce, e l’Adorazione dei pastori.

Giovanni Pietro Bellori ricorda la Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi eseguita a Palermo per l’oratorio di san Lorenzo, ma recentemente si sta facendo sempre più strada l’ipotesi, più credibile, che sia stata dipinta nel 1600 a Roma, per il commerciante Fabio Nuti, e da lì spedita a Palermo.

L’opera fu trafugata da cosa nostra nella notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969.

Secondo il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza l’opera, passata da cosca a cosca ed esposta nei summit come simbolo di potere e di prestigio, fu bruciata negli anni ottanta perché rosicchiata dai topi nel periodo in cui i Pullarà la tenevano in una stalla.

Il ritorno a Napoli e la morte:

Alla fine dell’estate del 1609 Caravaggio tornò a Napoli. Qui, probabilmente in ottobre, affrontato con violenza da alcuni uomini al soldo del suo rivale maltese, all’uscita della Locanda del Cerriglio (nei pressi di Via Monteoliveto), rimase sfigurato e la notizia della sua morte cominciò a circolare prematura.

La fase creativa del suo secondo periodo napoletano è ricostruita dagli storici con molte congetture: dipinse sicuramente il San Giovanni Battista disteso (1610) appartenente a collezione privata Monaco di Bavierala, la Negazione di san Pietro, il San Giovanni Battista e il Davide con la testa di Golia, quest’ultimo molto importante dal punto di vista storiografico in quanto raffigurante un macabro autoritratto del Caravaggio nella figura del Golia con la testa mozzata, sorte questa dalla quale il Merisi tentava da anni di fuggire.

Ancora del periodo di Napoli sono da attribuire i due diversi quadri con medesimo soggetto: la Salomè con la testa del Battista, che il pittore avrebbe dovuto recapitare ai Cavalieri dell’Ordine, e la Salomè con la testa del Battista a Madrid, iniziata questa tela durante il primo periodo napoletano.

Poi vi furono tre tele per la chiesa di Sant’Anna dei Lombardi di Napoli, il San Francesco che riceve le Stimmate, il San Francesco in meditazione e una Resurrezione (quest’ultima nota oggi attraverso una copia di Louis Finson ad Aix en Provence), tutte però perdute durante il terremoto del 1805 che causò il crollo di una parte dell’edificio religioso.

Infine, dipinse il Martirio di sant’Orsola (1610) per Marcantonio Doria, oggi conservato nel palazzo Zevallos di Napoli. Questo è considerato di fatto l’ultimo dipinto di Caravaggio arrivato ai giorni nostri.

Nel frattempo da Roma gli fu inviata la notizia che papa Paolo V stava preparando una revoca del bando.

Caravaggio, da Napoli, dove abitava presso la marchesa Costanza Colonna nel palazzo Cellammare, si mise in viaggio con una feluca traghetto che settimanalmente faceva il tragitto: Napoli-Porto Ercole e ritorno; era diretto segretamente a Palo, feudo degli Orsini in territorio papale, luogo distante 40 km da Roma. In quel feudo avrebbe atteso in tutta sicurezza il condono papale prima di ritornare, da uomo libero, a Roma.

Ma l’arrivo a Palo, disatteso perché segreto, avvenuto probabilmente di notte, causò il fermo dalla sorveglianza della costa per l’accertamento dell’identità.

La feluca che lo aveva sbarcato, non potendo aspettare, proseguì il viaggio per Porto Ercole dove era diretta, portandosi dietro il bagaglio dell’artista.

Quelle casse, però, contenevano anche il prezzo concordato dal Merisi con il cardinale Scipione Borghese per la sua definitiva libertà: un’opera, il “San Giovanni Battista” (della Borghese) in cambio della revoca della pena di morte; pertanto, quel bagaglio era da recuperare perché letteralmente vitale.

Quando gli Orsini lo liberarono, poterono forse fornire al Caravaggio una loro imbarcazione con marinai per giungere a Porto Ercole, distante da Palo 40 miglia, per recuperare le sue cose. L’artista giunse mentre la feluca-traghetto stava ripartendo riportando a Napoli i suoi averi.

In preda alla febbre per infezioni intestinali, dopo quel lungo viaggio, il Caravaggio fu lasciato alle cure della locale confraternita che il 18 luglio 1610 certificò la morte avvenuta nel loro ospedale.

Si può ipotizzare che il giorno successivo, l’artista fu seppellito nella fossa comune del cimitero di San Sebastiano ricavata nella spiaggia e riservata agli stranieri, e che oggi è il retroporto urbanizzato di Porto Ercole, dove nel 2002 è stato collocato il monumento.

Non vi è certezza se il condono papale fu spedito qualche giorno dopo a Napoli, alla Marchesa Costanza.

Nell’occasione delle celebrazioni per i 400 anni dalla morte, viene data la notizia da un professore dell’Università di Napoli, Vincenzo Pacelli, esperto del Merisi, a conclusione di uno studio, coadiuvato da documenti dell’archivio di Stato e dell’Archivio Vaticano, che sposta nella laziale Palo, vicino Ladispoli, il luogo della morte.

Secondo Pacelli il Caravaggio fu assassinato da emissari dei cavalieri di Malta con il tacito assenso della Curia Romana.

Il ritrovamento dei resti:

Il 16 luglio 2010, a quasi 400 anni dalla morte e dopo oltre un anno di ricerche storiografiche e analisi scheletrica, nonché di confronti col DNA dei discendenti di cognome “Merisio” nativi di Caravaggio, un’equipe di scienziati italiani ha confermato che le ossa coperte di piombo e mercurio (usati in grande abbondanza dai pittori del ‘600 per preparare i colori) trovate in quella che fu la fossa comune del cimitero di Porto Ercole, sono all’85% quelle del grande artista.

I presunti resti del Caravaggio erano situati nella cripta della chiesa del cimitero di Porto Ercole.

Le ricerche sono state coordinate da un pool di istituti coordinati dall’Università di Bologna, con il supporto degli atenei dell’Aquila e del Salento e del centro ricerche ambientali di Ravenna.

Al risultato si è arrivati mettendo insieme gli esiti di indagini storiografiche e di biologia scheletrica, nonché dell’uso di tecnologie per l’accertamento dei metalli pesanti nelle ossa, di analisi dei sedimenti terrosi, della datazione con il metodo del carbonio-14 e, per finire, del DNA.

Il 3 luglio 2010, dopo una settimana di permanenza nella città di Caravaggio, i resti ossei sono stati riportati via mare a Porto Ercole (dove rimarranno), e messi in mostra a Forte Stella, una fortificazione del paese.

Attività artistica:

Giulio Carlo Argan rileva che la pittura caravaggesca si distingue per un realismo drammatico. Argan evidenzia anche che “il motivo religioso è anche sociale: il divino si rivela negli umili”.

Il suo realismo nasce dall’etica religiosa instaurata da Carlo Borromeo: non consiste nell’osservare e copiare la natura ma nel rifiutare le convenzioni, nel puntare sul vero rinunciando alla ricerca del “bello”, nel rinunciare all’invenzione per puntare sui fatti.

Quanto alla morte: “il pensiero della morte è dominante nel Caravaggio, come già in Michelangelo Buonarroti. Ma per Michelangelo la morte era liberazione e sublimazione, per il Caravaggio è soltanto la fine, l’enigma della tomba”.

La religiosità di Caravaggio trova riscontro nell’impulso dato da alcuni settori della Controriforma cattolica (San Filippo Neri, Sant’Ignazio di Loyola, San Carlo Borromeo) alla pratica di culto rivolta a più ampi strati popolari.

Stile pittorico:

La particolare tecnica pittorica e realizzativa di Caravaggio fu il suo successo.

Fino al suo inizio nella pittura, lo stile che avevano molti artisti era estremamente legato ad un metodo che si basava prevalentemente sullo studio dell’arte classica, con forti influssi derivati dai grandi protagonisti del periodo d’oro del rinascimento italiano.

Su tutti le figure di Michelangelo e Raffaello, nel centro Italia, mentre per quanto riguarda il settentrione, la pittura si rifaceva soprattutto a Tiziano, Correggio e Leonardo.

La rivoluzione di Caravaggio sta nel naturalismo della sua opera, espresso nei soggetti dei suoi dipinti e nelle atmosfere in cui la capacità di dare a un corpo una forma tridimensionale viene evidenziata dalla particolare illuminazione che teatralmente sottolinea i volumi dei corpi che escono improvvisamente dal buio della scena.

Sono pochi i quadri in cui il pittore lombardo dipinge lo sfondo, che passa nettamente in secondo piano rispetto ai soggetti, i veri e soli protagonisti della sua opera.

Per la realizzazione dei suoi dipinti, Caravaggio nel suo studio posizionava delle lanterne in posti specifici per far sì che i modelli venissero illuminati solo in parte, mediante la “luce radente”.

Attraverso questo artificio, Caravaggio evidenzia le parti della scena che più ritiene interessanti lasciando il resto del corpo nel buio dell’ambiente.

Nell’opera del pittore sono evidenti dunque forti contrasti di luci ed ombre.

La luce plasma le figure, determina ambienti e situazioni ed è concepita o come apparizione simbolica (essa è “Grazia” nella Vocazione di San Matteo in San Luigi dei Francesi) o come fatto drammatico nell’intensità dei gesti dei personaggi (Martirio di San Matteo nella medesima chiesa romana).

Il Caravaggismo:

Con questo termine si indica lo stile degli artisti che si ispirano al Caravaggio.

Nei dipinti caravaggeschi troviamo grande realismo nel riprodurre le figure, rappresentate generalmente su uno sfondo monocromo, e illuminate da una luce violenta.

I principali pittori caravaggisti sono Bartolomeo Manfredi, Carlo Saraceni, Orazio e Artemisia Gentileschi, Giovanni Antonio Galli (detto lo Spadarino), Francesco Boneri (più noto come Cecco del Caravaggio), Gerrit van Honthorst, Hendrick ter Brugghen, Giovanni Serodine, Carlo Sellitto, Battistello Caracciolo e Jusepe de Ribera; in questi ultimi due, operanti a Napoli, ritroviamo riproposto lo stile degli ultimi anni del Caravaggio, caratterizzato da atmosfere molto cupe.

La monumentale opera del Caravaggio influenza anche una fitta schiera di grandi artisti d’Oltralpe, tra i quali: Louis Le Nain, Georges de La Tour, Valentin de Boulogne, Simon Vouet, Francisco de Zurbarán, Diego Velázquez, Bartolomé Esteban Murillo, Matthias Stomer, Pieter Paul Rubens, Antoon van Dyck, Rembrandt, Jan Vermeer, Adam Elsheimer.

Inoltre, influenze caravaggesche pervadono persino le opere di artisti ottocenteschi quali: David, Goya, Gericault, Delacroix, Courbet.

 

File:Caravaggio - Sette opere di Misericordia.jpg

 

File:Caravaggio - I Musici.jpg

 

Jacqueline

Advertisements
This entry was posted in Uncategorized. Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s